La trasversalità in Medicina Fisica e Riabilitativa

Riflessioni di un giovane-vecchio Fisiatra
Paolo Di Benedetto

In questi giorni ho avuto modo di leggere i contributi pervenuti al sito www.fisiatriaitaliana.it.
Avevo già avuto la possibilità parecchie volte nella mia vita di parlare della ineludibile necessità per un Fisiatra di essere medico trasversale, che fosse in grado di destreggiarsi di fronte ad ogni problematica per decidere, con il paziente/utente, il programma terapeutico-riabilitativo più consono per il recupero delle funzioni compromesse o, nell’impossibilità, per una gestione corretta della disabilità.
Mi è piaciuto constatare che il collega Marco Scocchi nel suo contributo ha accennato a questa trasversalità del Fisiatra ed a Lui mi rivolgo con alcune considerazioni :
– Se lui si è sentito un pioniere a metà anni ’80 nello scegliere la nostra specialità, cosa dovevano essere quelli dei primi anni 70’: marziani? Non si preoccupi del fatto che sia stato additato come un portatore di un difetto (quello di voler fare il fisiatra): era una prassi a quei tempi e, forse, lo è ancora oggi. Bisogna pertanto che ogni giorno i Fisiatri si impegnino nel far sì che gli altri specialisti, nel constatare le nostre capacità professionali, cambino idea al riguardo e riconoscano la dignità scientifico-professionale di una specialità ormai affermatasi in tutto il mondo.
– Questa dignità viene acquisita soprattutto tramite la capacità di essere medici trasversali con competenze in vari rami della medicina (fondamentali per uno specialista che si occupa non di una disfunzione in una persona, ma di una persona con una o più disfunzioni). Ciò necessariamente richiede la capacità di fare diagnosi. Ma, caro Scocchi, tu lo sai che tanti fisiatri non fanno diagnosi?
In tanti (purtroppo) referti c’è un po’ di anamnesi, di esame obiettivo e nelle conclusioni c’è la richiesta di fisio-riabilitazione !!!
Non è così che possiamo dare dignità alla nostra Specialità. La diagnosi è un atto medico ed il Fisiatra deve essere in grado di formulare una diagnosi e, solo se necessario, di prescrivere l’opportuno programma riabilitativo.
– La trasversalità permette al fisiatra di dialogare con i vari specialisti “alla pari” e di non incappare in errori madornali, quali quelli che possono essere commessi da un Neurologo e da un Ortopedico, interpretando il primo come lombosciatalgia un problema coxo-femorale (metastasi da carcinoma mammario) ed il secondo come coxartrosi da operare una meralgia parestesica in un diabetico. Il Fisiatra ha l’obbligo di fare il clinico e, come diceva l’amico Romano Puricelli, la clinica si configura nel “chinarsi” sul paziente per visitarlo: una visita a 360° che sia in grado di ragionare in termini fisiopatologici sul problema lamentato dal paziente. La trasversalità del Fisiatra gli permette nell’attività ambulatoriale di affrontare nello stesso giorno problemi di vario tipo (neurologici, ortopedici, reumatologici, urologici o uro-ginecologici), anche con interventi diversificati (educativi, farmacologici, infiltrativi, manipolativi, oltre che prettamente fisio-riabilitativi). Senza per questo pensare di essere un Neurologo, un Ortopedico o un Reumatologo, cui ci si rivolgerà per meglio affrontare il problema, se necessario.
Or bene, ogni Fisiatra dovrebbe essere un mix (per usare i termini apparsi nei dibattiti sul sito) fra Fisiatra di Serie B, Fisiatra di Serie A e Fisiatra di “Champions League” (potrei anche descriverne le caratteristiche secondo la mia visione, ma sarebbe troppo lungo e forse non comprensibile): solo così potrà lavorare dovunque alla pari con gli altri specialisti, senza alcun complesso di inferiorità.
La dottoressa Maria Chiara Garetti ha parlato di aver sofferto di mancanza di “identità professionale” e mi ha fatto pensare al 1974-75, quando io soffrivo dello stesso problema. Sa, dottoressa, quando e come l’ho superato? La settimana in cui due pazienti mi dissero (un giovane paraplegico ed una signora di 50 anni ricoverata per una lombosciatalgia) che il loro problema più angustiante era il disturbo vescico-sfinterico. Da allora l’interesse nello specifico settore, per oltre un decennio minimizzato se non deriso dai colleghi, ha rappresentato motivo di collaborazione professionale e scientifica con tanti altri specialisti (urologi, ginecologi, geriatri e colonproctologi), oltre che con una miriade di infermieri, fisioterapisti ed ostetriche. La nostra specialità si è fatta valere in tanti ambiti ed i numerosi eventi scientifici (oltre 700) a cui sono stato invitato negli ultimi 30 anni come Fisiatra mi hanno fatto capire definitivamente che la strada scelta era quella giusta: accanto alle ovvie delusioni, tanti sono stati i motivi di soddisfazione che mi fanno dire ancora oggi che, potendo ritornare indietro, rifarei sempre la stessa scelta: quella di fare il Fisiatra. Per affrontare i reali problemi delle persone, in particolare quelli che, magari non evidenti, inficiano la loro qualità di vita.
Ancora oggi sono dedito allo studio e per questo, pur essendo ormai avanti negli anni, mi sento “giovane”: con voglia di apprendere, di allargare le proprie conoscenze, di perfezionare il mio “saper fare”, per il tempo che Dio mi concederà per essere di aiuto a chi soffre.
Non ho più i problemi di identità professionale dei miei primi anni certamente, anche se talvolta è difficile far capire agli altri quello che fai e quello che sei, soprattutto quando ti cercano per i più svariati problemi. Ma qui sta la ricchezza del Fisiatra che non è più l’Ortopedico o il Neurologo mancato, ma uno specialista che gestisce tutte le disabilità ed è in grado di essere talvolta il “collante” fra alcune specialità che, nelle zone di confine, lasciano spazi vuoti. Ed è per questo che i Fisiatri devono appropriarsi della capacità di fare diagnosi, oltre che di formulare i piani terapeutici.

5 commenti:

  1. Giancarlo Rovere

    Grazie Paolo, ancora una volta sei riuscito a descrivere perfettamente i qualificatori della nostra disciplina: saper fare diagnosi e saper mantenere il carattere trasversale delle competenze.
    Giovane fisiatra, ero solito, per farmi riconoscere dai pazienti e spesso dai colleghi, paragonare la nostra amata disciplina a quella della Medicina Interna, in campo riabilitativo. La medicina interna, allora blasonata e ambita da ogni giovane medico, è diventata immeritatamente nel tempo una disciplina “minore”, travolta dalla superspecializzazione.
    Se non vogliamo essere fagocitati e ridimensionati, dobbiamo mantenere il carattere generalista della nostra disciplina, ma con competenze sempre maggiori. Questa dovrebbe essere la nostra ambizione, “sporcandoci” le mani e giocando a tutto campo la partita per la persona, senza gradazioni, nel rispetto dei ruoli. Così si può essere vincenti, ma soprattutto utili ai nostri pazienti.
    giancarlo

  2. Marco Scocchi

    Grazie Paolo per tutti gli spunti di riflessione che hai fornito…
    Sono d’accordo anche io sul fatto di elevare sempre più le nostre competenze..E’ proprio questo che ci da’ dignità scientifica e che , in tutti questi anni , ci ha consentito di sopravvivere e di crescere .
    Preoccupante la tua affermazione sui Fisiatri che non fanno diagnosi…
    Trovo sia il nodo portante della nostra professione..E spesso si riesce a formularla a prescindere dagli accertamenti diagnostici strumentali ( che servono comunque da conferma..) …
    Tornassi indietro comunque , nonostante tutti i mal di pancia patiti , non cambierei la mia scelta professionale…e anche oggi sceglierei di fare il Fisiatra .
    Trovo sia bellissimo essere ‘trasversali’..

  3. David Antonio Fletzer

    Caro Paolo
    Il tuo articolo mi ha ricordato i primi tempi in cui mi dedicai alla riabilitazione delle persone con lesione midollare, dove Tu sei un maestro. Discutevamo della multidisciplinaritá e della necessità di arrivare alla interdisciplinaritá quando con Del Popolo, nella Somipar, parlavo di transdisciplinaritá e dopo 17 anni ne sono sempre piú convinto ed il Tuo articolo mi ha riportato a quegli anni in cui soffrii di sentirmi dire che costruivo più muri che ponti e solo per aver deciso di organizzare un congresso al CPO ma sono fiero di essere stato coerente con il mio pensiero nel difficile mondo dove ho lavorato per quasi 2 decadi e sono felice di aver scelto un ramo della riabilitazione fra i piú affascinanti ed appaganti che ci siano seguendo percorsi nobili come il Tuo. Cercare di risolvere i problemi della persona con una lesione midollare inveterata é un settore a cui spero molti giovani Fisiatri si vorranno dedicare magari partendo proprio dalle Tue lezioni di trasversalitá di cui il Tuo articolo é una importante sintesi. Grazie per quello che hai fatto, fai e farai anche su questo sito.

  4. Susanna Podda

    Caro Paolo
    leggo solo oggi il tuo appassionato articolo che descrive con grande precisione ciò che noi Fisiatri cerchiamo di mettere in pratica nella nostra attività quotidiana e sottolinea l’importanza della multidisciplinarietà che è forse l’aspetto più affascinante della nostra professione. Queste tue riflessioni confermano che l’entusiasmo contagioso, che tanto mi colpì quando seguii per la prima volta uno dei tuoi corsi a Riccione, non è diminuito neanche un po’! La nostra specialità, insidiata su vari fronti, ha delle peculiarità da te messe in evidenza che la rendono vicina come poche altre al paziente e che catturano l’attenzione di molti giovani medici Fisiatri o futuri Fisiatri…
    Grazie dei tuoi insegnamenti e della tua sensibilità. Ciao

  5. giovanni galimi

    Sottoscrivo pienamente tutto quanto è stato affermato da chi ha dato dignità alla figura del fisiatra: Paolo Di Benedetto.
    Ho colto, riassumendo in modo molto sintetico:
    fisiatra come figura trasversale in grado di rapportarsi con i colleghi , ma che sia anche in grado di relazionarsi con il paziente e non solo con le sue diverse problematiche;
    Diagnosi dopo attenta e scrupolosa visita a 360°;
    piano terapeutico specifico con verifica dei risultati.

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