Tempo libero “utile “

COCO: un film Disney sul mondo dei morti secondo la tradizione messicana

di David Antonio Fletzer

Ai primi dell’anno sono stati comunicati i risultati del box office dei cinema nel 2017. Meno spettatori nelle sale e meno soldi in cassa: i cinema italiani hanno chiuso il 2017 con uno dei risultati peggiori degli ultimi cinque anni. E questo per effetto soprattutto del calo dei film made in Italy. Secondo i dati dell’Associazione nazionale industrie cinematografiche, audiovisive e multimediali, l’anno scorso le pellicole italiane hanno perso il 46,35% del box office e il 44,21% dei biglietti rispetto al 2016. E questi risultati nonostante il successo dei mercoledì a 2€ introdotti per iniziativa del Ministero competente. La “colpa” sarebbe specialmente dovuta all’assenza lo scorso anno di un film di Checco Zalone, che nel 2016 aveva sbancato i botteghini. Mi dispiace molto per la cinematografia italiana perché nel 2017 sono usciti 2 splendidi film, che pur essendo stati i primi per incassi, ovvero PERFETTI SCONOSCIUTI di Paolo Genovese e L’ORA LEGALE di Ficarra e Picone non hanno avuto il successo economico di QUO VADO? Comunque se qualcuno non li avesse visti consiglio vivamente di comprare i dvd perché sono due splendidi film, uno su la dipendenza ormai che abbiamo dai nostri cellulari, diventati scrigni dei nostri segreti o delle doppie vite e l’altro sulle comuni abitudini illegali della nostra quotidianità per cui amiamo la legalità esercitata solo dagli altri.

In ogni caso la riduzione nel 2017 degli incassi contrasta con la diffusione capillare dei film sui nostri dispositivi elettronici (chi non passa le ore di un viaggio in treno guardandosi un film nel proprio pc, chi ormai non ha abbonamenti per il proprio televisore ad aziende che programmano 24 ore su 24 film) a conferma dell’importanza dell’arte cinematografica che ci aiuta, come la lettura, a vivere esperienze che mai vivremmo nella nostra realtà. Tornatore ha raccontato magnificamente come un bambino può sognare davanti al grande schermo del NUOVO CINEMA PARADISO e mi insospettiscono coloro che non vogliono sognare leggendo un libro, ascoltando della musica, guardando un film o ammirando un quadro o una scultura.

A parte questi discorsi mi piace segnalarvi un film della Disney da vedere assolutamente ovvero COCO. Dire che è un film per bambini mi sembra assolutamente riduttivo o lo è come il vecchio FANTASIA (un capolavoro appunto della fantasia e con una straordinaria colonna sonora). Coco è il trionfo dei colori ed è la storia di un bambino messicano, amante della musica, che per la festa dei morti va a cercare nel mondo dei trapassati un parente che è stato un grosso musicista.

E qui da medico mi sono posto, dopo aver visto il film, il problema di come noi viviamo la morte dei nostri pazienti. La mia esperienza è che non siamo stati per niente formati su come gestire questa tappa fisiologica della vita e quindi viviamo la morte di chi ci si affida professionalmente come una sconfitta ed il nostro istinto in queste circostanze è di fuggire, delegando ad altre figure, tipo la caposala, anche la comunicazione ai parenti, che vengono spesso abbandonati. Pensiamo che con la morte il nostro compito sia finito, non pensando ai figli o ai/alle consorti. Partecipiamo alle nascite e non capiamo che la morte è un’ inevitabile fisiologica fase della vita di tutti e che necessita quei comportamenti di dignità per chi non c’è più e contemporaneamente di vicinanza per i parenti rimasti soli.

Vedere Coco mi ha aiutato a capire come i messicani vivono senza drammi la morte dei loro congiunti e di come il 1 novembre può essere vissuta come una grande festa, per niente triste.

Ho ricordato l’importanza, con un altro post, del valore che assegno alla MEMORIA e penso che ricordare chi non c’è più sia uno dei doveri di chi rimane ma il film disneyano mi ha aiutato a vivere questa memoria con allegria piuttosto che con quella tristezza che possiamo percepire nei nostri cimiteri, specie nei primi giorni di novembre.

Ma oltre a Coco consiglio di vedere anche NAPOLI VELATA di Ozpetek e THE PLACE di Genovese. Andate o vedeteli, quando esce il dvd, a casa però in compagnia perché sono film i cui finali meritano una discussione ed un confronto fra le interpretazioni possibili.

Per gli amanti della storia segnalo due altri film L’ORA PIÙ BUIA su Churchill, subentrato nel 1940 al pavido Neville Chamberlain, e l’ironico MORTO STALIN, SE NE FA UN ALTRO che tratta una pagina dell’Europa sovietica.

LINEA VERTICALE, FICTION SU RAI 3 – uno spaccato sugli ospedali

di David Antonio Fletzer

 

Da poche settimane Rai 3 trasmette il sabato sera la nuova fiction napoletana LINEA VERTICALE con il bravissimo Valerio Mastandrea, Babak Karimi, Greta Scarano, Giorgio Tirabassi, Paolo Calabresi, Ninni Bruschetta ed Antonio Catania per la regia di Mattia Torre e che si svolge totalmente in un ospedale. La storia inizia con una improvvisa ematuria da parte del protagonista e con la successiva diagnosi di tumore vescicale che richiede il ricovero in ospedale (urologia oncologica) per l’intervento.

Mastandrea felicemente sposato in attesa del secondo figlio passa da una vita felice ad una situazione di disperazione e deve interfacciarsi con la vita ospedaliera con le proprie regole scritte ma specialmente non scritte.

La storia a volte fra il provocatoria ed il satirico rappresenta secondo me molto bene i pregi ed i tanti difetti della vita in ospedale che ogni professionista dovrebbe vedere per farsi un esame di coscienza se quello che vede rappresenta a volte la propria realtà.

Lo sceneggiato rappresenta molto bene la realtà come viene vissuta dai pazienti e di come l’ospedale è organizzato per le esigenze più del personale che non dei malati e d’altro canto chiamare i ricoverati PAZIENTI fa capire tante cose.

A me ha ricordato tante esperienze vissute da operatore o da “cliente” e francamente mi ha suscitato molta tristezza.

Sono affrontati molto bene la difficoltà degli operatori ad ascoltare veramente i malati, la disperazione dei pazienti davanti al male e la loro fragile dipendenza dai medici e dagli operatori in generale, la visione del primario, specie se chirurgo, come di una divinità, le insulse ed inutili proibizioni di cui il ricoverato è il terminale (come per esempio il divieto di bere, non richiesto dalla radiologia, prima di una Tac nelle 24 ore precedenti), il valore negativo delle porte chiuse da non aprire, le avventure sentimentali-sessuali fra i vari operatori (forse un modo per cercare di dimenticare tutte le tragedie umani con cui si convive quotidianamente in certi ambienti).

Molto divertente ma tragicamente vero è quando la fiction affronta il problema dell’alimentazione e cioè dell’eccellenza del cibo italiano (specie negli ultimi anni), presente in tutte le riviste, trasmissioni televisive, discorsi fra amici con relativa pubblicazione di molti libri sull’argomento(“51 programmi televisivi, 259 periodici, 620 opere, 1015 siti dedicati al cibo” così riferisce il protagonista dello sceneggiato), in netto contrasto con lo schifo del cibo che si mangia in ospedale. E qualcuno potrebbe dire che deve essere così per problemi di salute ed allora basta vivere l’esperienza di ricoverato in un ospedale pubblico all’estero (tipo il Hopital Saint-Louis di Parigi) per capire quanto le nostre eccellenze culinarie si bloccano inspiegabilmente e senza motivo alle porte dei nostri ospedali. Questo spesso per superficialità, leggerezza, mancanza di adeguati controlli da parte della dirigenza e a volte anche interessi economici. E domenica 28 gennaio pure la Littizzetto a “Che tempo che fa” ha affrontato l’argomento del cibo negli ospedali.

Il protagonista Mastandrea dice verso la fine dello sceneggiato “Io sono contento di stare qui. Prima di ammalarmi mi ritenevo indistruttibile ma se devo essere sincero la mia vita non girava bene. Se mi fossi ascoltato di più avrei sentito che qualcosa non andava. La malattia è arrivata in maniera esplosiva, deflagrante. Ha cambiato tutto. E anche se è difficile ammetterlo ha cambiato tutto in meglio. Mi ha aperto gli occhi, la testa, il cuore. Ora ho nuovi desideri. Voglio essere centrato, voglio stare in piedi, voglio vivere in asse su una linea verticale. Non voglio avere paura perché la paura ti mangia e non serve a niente. Voglio pagare le tasse con gioia perché un ospedale pubblico mi ha salvato la vita senza chiedermi nulla in cambio. Voglio guardarmi intorno e vivere tutto quello che è possibile con generosità e vitalità. Questo tumore mi ha salvato la vita. Senza questo tumore sarei senz’altro morto.”

Direi che è una delle più belle dichiarazioni di amore per la vita ospedaliera e forse una delle dichiarazioni più convincenti sul ruolo catartico della malattia e giustamente arriva in modo laico e per niente religioso.

Forse tutte queste problematiche non dovrebbero essere solo oggetto di una bella fiction che denuncia ironicamente ma anche dettagliatamente tutti gli aspetti negativi di molti nostri ospedali. Queste problematiche dovrebbero essere anche oggetto di tavoli ministeriali e regionali oltre che di congressi scientifici che spesso hanno relazioni sulla centralità del paziente con splendide diapositive ma poi la realtà è tutt’altra.

Penso che la televisione, il cinema, i libri, i giornali devono aiutarci a migliorare la Società e questa fiction dovrebbe farci riflettere per poi tentare di CAMBIARE I NOSTRI COMPORTAMENTI.

Mi piace segnalare anche le musiche originali e orchestrate da Giuliano Taviani e Carmelo Travia che alleggeriscono la visione di certe scene/argomenti; stiamo sempre raccontando la storia di malati tumorali.

 

da Sanita informazione  L’intervista a Valerio Mastrandrea

 

RICERCA e FINANZIAMENTI: riflessioni dopo il caso Regeni

di David Antonio Fletzer                  

 

Alcune settimane fa ho letto su La Repubblica un interessante articolo di Carlo Bonini “Regeni fa paura a Cambridge – è legittimo chiedere all’università inglese chi ha finanziato la ricerca di Giulio in Egitto?”

Conosciamo tutti, probabilmente, i fatti e le vicende riguardanti la morte, dopo essere stato torturato, di Regeni e sappiamo i grossi sospetti (per non dire quasi certezze) sull’agire delle forze dell’ordine egiziane e le difficoltà affrontate dal Governo e dalla Procura di Roma per cercare di far luce su questa tristissima vicenda, ma non voglio affrontare l’argomento che ha risvolti di politica interna ed internazionale.

Voglio, invece, riflettere su quello che fa emergere l’articolo, cioè sul rapporto fra Cambridge e questo assassinio. Dispiace leggere l’attacco del mondo accademico inglese che, anche tramite l’intervista del vice-Chancellor (praticamente il Rettore) dell’Università inglese, prof. Toope, si è scagliato contro la Procura e la stampa italiana, pur non citandoli mai, così come dispiace rilevare apparenti atteggiamenti omissivi provenienti non solo dal Paese medio-orientale. Recentemente la magistratura italiana ha finalmente interrogato la professoressa Maha Abdelrahman, tutor di Regeni, che finora, mi è sembrato, non era apparsa molto collaborativa nella ricerca della verità.

Il mondo scientifico inglese ha difeso il diritto della ricerca e della riservatezza dei finanziamenti, ma la ricerca non è libera se ha bisogno di finanziamenti segreti e, quando capitano eventi come quello successo allo studioso italiano, difendere il diritto dei ricercatori a non comunicare la provenienza dei fondi rischia di sembrare un atteggiamento omertoso, per non parlare di vera e propria possibile complicità.

Questo è il punto su cui desidero soffermarmi, cioè non vorrei affrontare il caso Regeni bensì l’etica dei finanziamenti per la RICERCA in generale, che proprio l’efferato omicidio del nostro connazionale ha drammaticamente evidenziato. Sicuramente dichiarare i finanziamenti della ricerca, una volta pubblicata, negli acknowledgements è eticamente valido, anche se forse non bisognerebbe dichiarare solo quelli direttamente rivolti alla ricerca in questione, ma anche quelli indiretti e destinati in vario modo ai ricercatori.

L’articolo di Repubblica si interroga su come mai nella sua ricerca, la griglia di domande che Regeni sottoponeva ai sindacalisti proponeva ossessivamente quesiti che avevano a che fare con la polizia e la repressione operata dagli apparati egiziani.

Negli ultimi anni sono state scoperte falsità in prestigiose ricerche internazionali ed è nota la probabile presenza di svariate “consorterie” nel mondo della stampa scientifica, a cui bisogna sottostare se si desidera pubblicare. E’ vero che la ricerca deve essere libera, ma perché deve anche essere auto-referenziata e senza alcun controllo da parte di organismi nazionali o sovranazionali? Parlando proprio della autonomia della ricerca, mi sembra importante sottolineare come a volte in alcuni lavori scientifici vengono inseriti nomi apparentemente estranei che probabilmente nulla hanno a che fare con la ricerca in questione e sono piuttosto frutto di accordi di convenienza e opportunità fra molti soggetti estranei al mondo culturale. E questi possibili accordi fanno parte di una ricerca libera?

Alla luce di queste osservazioni, che vengono periodicamente diffuse dalla stampa, forse il mondo politico e scientifico si dovrebbe porre alcune domande per evitare che la ricerca possa sembrare parzialmente frutto di interessi personali o di gruppi di potere, soprattutto in riferimento ai fondi, pubblici e non, e dovrebbe indagare sulle ricadute economico imprenditoriali in campo medico di alcune ricerche cliniche, che forse libere non sono. Nel 2013 in Germania il ministro dell’Istruzione e della Ricerca scientifica, Annette Schavan, accusata di aver copiato la tesi di dottorato, si dimise e l’Università di Dusseldorf, dove nel 1980 aveva conseguito il dottorato, le revocò il titolo accusandola di plagio per la tesi, con l’approvazione di 12 componenti del consiglio giudicante di facoltà, due voti contrari e un’astensione e mi sono sempre chiesto se mai sarebbe potuto succedere nel nostro Paese.

Come si vede ci siamo allontanati molto dall’evento criminoso del Cairo ma penso sia importante che partendo dalla anomala reazione della prestigiosa Università di Cambridge si faccia, da Sanitari, una seria e più ampia riflessione sugli effetti di alcuni “studi scientifici” nel nostro mondo.

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