Ho avuto la ventura, nella mia vita professionale di Primario e di Direttore di Dipartimento di Riabilitazione. di essere contemporaneamente anche Segretario Nazionale prima del Sindacato di allora e poi della Società scientifica.
Ho costantemente ed intimamente pensato, in quegli anni, che se qualche giovane collega mi avesse chiesto “ma che ci state a fare” sarei sicuramente andato in crisi.
Eccesso di autostima? Rispetto estremo per il ruolo che occupavo? Forse. Peraltro nel contesto scientifico, la domanda «Ma che ci state a fare?» si carica di un peso particolare, rivolgendosi a quei responsabili, ricercatori o dirigenti che, p il compito di guidare il progresso della conoscenza e della tecnologia nel campo riabilitativo, sembrano bloccati da inerzie burocratiche, interessi personali o mancanza di visione.
Un interrogativo questo che denuncia la stasi permanente in un campo dove l’innovazione dovrebbe essere incessante e la responsabilità verso il proprio mondo culturale massima. Quando la scienza si arena in giochi di potere, in lentezze amministrative o in una sterile difesa dello status quo, la domanda diventa un rimprovero severo: «Se avete il potere e le competenze per cambiare il mondo, perché vi limitate a mantenere uno stato di cose che rallenta o addirittura ostacola il progresso?». È un invito a riflettere sul senso profondo della propria missione, a non essere semplici custodi di una conoscenza statica, ma pionieri coraggiosi che affrontano le sfide con passione e responsabilità.
Riferita al mondo sindacale, la domanda «Ma che ci state a fare?» assumeva, nella mia sensibilità, una valenza altrettanto critica, rivolta ai rappresentanti e ai dirigenti che devono essere la voce attiva e vigile dei colleghi. Quando questi responsabili si mostrano invece distanti dalle reali esigenze dei propri iscritti, o si adagiano in fumose e vuote dichiarazioni che tradiscono le aspettative di chi li ha eletti, la domanda si fa pungente e dolorosa.
È un richiamo a non perdere di vista la funzione primaria del sindacato: la tutela dei diritti, la tutela reale della propria categoria ed, in uno, la tutela della salute della popolazione . «Ma che ci state a fare?» diventa allora un’accusa verso chi si limita a gestire la routine, a negoziare senza coraggio, a rinunciare ad una rappresentanza autentica e combattiva. È un’esortazione a riscoprire il senso profondo dell’impegno sindacale, a essere protagonisti attivi del cambiamento e non semplici spettatori.
In entrambi i contesti, la domanda «Ma che ci state a fare?» si trasforma perciò in un potente stimolo a riflettere sulla responsabilità e sull’efficacia del proprio ruolo.
Oggi non sapremmo dirvi se questo interrogativo é ancora nelle corde di qualcuno, sia nella vecchia associazione scientifica, sia in un ex sindacato impegnato oggi nel terzo settore, ma si sa i tempi sono sicuramente cambiati e…. di molto!
Ma questa é tutta un’altra storia….
È il motivo principale per cui soprattutto i giovani, e noi lo siamo stati, avendo bisogno di una risposta buona o cattiva a questa domanda, chiedono nuove sollecitazioni sia scientifiche che sindacali
Da giovane fisiatra avrei posto anch’io quella domanda: “Ma che ci state a fare?” Credo che la risposta non possa essere affidata alle parole, ma ai fatti. Un’associazione o un sindacato hanno senso solo se riescono a difendere la professione, creare opportunità, dare voce ai colleghi e incidere concretamente sulle scelte che riguardano il nostro lavoro e i nostri pazienti. Ai colleghi più giovani dico che il futuro della Fisiatria non si costruisce delegando tutto ad altri o limitandosi a osservare. Si costruisce partecipando, portando idee, critiche, entusiasmo e anche pretendendo risultati da chi li rappresenta. La domanda di Domenico resta attuale e salutare: deve essere lo stimolo che ci obbliga ogni giorno a dimostrare, con il lavoro svolto, perché siamo qui.
Grazie Domenico. Una lezione magistrale. È evidente che la necessità e l’urgenza della fondazione dell’ANF nasce proprio dal bisogno di dare una risposta a quella domanda. E immagino che questo debba bruciare parecchio, perché la nostra stessa esistenza è la più lampante evidenza della inadeguatezza di ciò che già esisteva.
Il ruolo di Grillo Parlante mi è sempre piaciuto. Probabilmente perché sono geneticamente una gran rompiscatole, ma anche perché la coerenza è uno di miei pilastri di vita e l’essere Grillo Parlante ti obbliga per coerenza a comportarti ed agire in un certo modo. Il “vecchio sindacato” mi ha profondamente deluso e così tutto quanto vi satellitava intorno. Pertanto la nascita di ANF ha dato speranza a coloro che, come me, amano profondamente il lavoro di Fisiatra e si sentiva orfano di una rappresentanza, di un supporto che non fosse incentrato solamente su giochi di potere. Negli anni però la polvere si è accumulata sotto il tappeto ed è diventata una montagna sotto la quale la nostra Professione è finita soffocata, nascosta, privata di voce e ruoli istituzionalmente forti.
ANF sta cercando di rimettere insieme i cocci della Fisiatria e lo sta facendo con la tecnica del Kitsungi.
Le parole di Domenico, con l’esperienza e la coerenza che contengono, devono rappresentare un faro per chi ha deciso di cimentarsi in questo lungo, faticoso e difficile restauro.
Quotidianamente noi, che abbiamo scelto di metterci in gioco in prima persona e che, con i voti ricevuti, abbiamo visto supportata la nostra decisione, tutti noi dovremmo chiederci “Ma che ci stiamo a fare” e fare di questa domanda il nostro faro nell’oscurità di quella polvere che ci sovrasta.
Finchè troveremo una risposta, allora sapremo che siamo nel posto giusto e che il nostro operato potrà rappresentare a sua volta un faro per quei giovani Colleghi che sino ad ora hanno conosciuto solo la Fisiatria polverosa e afona lasciata in eredità da chi alla fine, ha scelto di non essere nemmeno più un Sindacato.
Grazie Domenico, un ulteriore stimolo per tutti. Nel nostro lavoro e’ sempre importante fare e trasmettere quanto conosciamo e valutiamo in una forma chiara e definita, nell’interesse del paziente e che dia anche una linea al programma svolto dalle altre professionalita’. Grazie a tutto il gruppo. Mi ridate speranza.