Tra rinnovo contrattuale e ridefinizione delle competenze: le sfide decisive per la professione medica

Anno: 2026 - Vol. 11 / Fascicolo: 23 / Periodo: apr-giu

Autori:

Guido Quici

Presidente CIMO e Federazione CIMO-FESMED


Come è noto, ANF ha aderito nei mesi scorsi alla CIMO, suscitando alcune polemiche al suo interno, poiché non tutti ne hanno riconosciuto le motivazioni.
Questa è la sostanza della nostra scelta: aderire per avere più voce e per lavorare CON, e NON AL DI FUORI, dei sindacati maggiori, con i quali condividiamo obiettivi e metodi di rivendicazione.
Qui di seguito, il Segretario Nazionale della CIMO, Guido Quici, illustra l’attività attuale di questa importante sigla sindacale, la più rappresentativa a livello nazionale per i medici. In questi mesi, CIMO è impegnata nel rinnovo del contratto nazionale in sanità, con particolare attenzione sia agli aspetti economici sia a quelli normativi.
CIMO è al nostro fianco anche nella rivendicazione di una definizione normativa dell’“atto medico” nell’ordinamento giuridico. Si tratta di un percorso intrapreso anche da ANF, insieme ad altre sigle sindacali, con l’obiettivo di ottenere una chiara definizione delle competenze di tutte le figure professionali in ambito sanitario e di attribuire in modo esclusivo al medico le funzioni di diagnosi, prognosi e terapia—una posizione oggi fortemente dibattuta.

Gianni De Nicolò (referente ANF per CIMO)

Per la prima volta nella storia recente, i medici italiani potrebbero trovarsi nella condizione di disporre di un Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro non scaduto. A poche settimane dalla firma dell’ultimo CCNL, l’Aran ha infatti già convocato le organizzazioni sindacali per avviare le trattative relative al triennio 2025-2027 dell’Area Sanità.
L’obiettivo dichiarato è quello di giungere rapidamente a un’intesa sulla parte economica – nelle intenzioni del Ministro della Pubblica Amministrazione, entro la fine dell’estate – così da tutelare il potere d’acquisto della categoria. Successivamente, il confronto si concentrerà sulla parte normativa, che si preannuncia ben più complessa e potenzialmente insidiosa.
L’atto di indirizzo emanato dalle Regioni, che costituisce il riferimento per la parte datoriale, lascia infatti intravedere il rischio di un arretramento sul piano normativo, in particolare in materia di orario di lavoro. Una prospettiva motivata dalla necessità di fronteggiare la cronica carenza di personale, ma che la Federazione CIMO-FESMED non intende accettare. Se mancano i medici, la soluzione non può essere individuata in un aumento dei carichi di lavoro o in una compressione dei diritti, bensì nella rimozione dei vincoli alla spesa per il personale e nell’avvio di un piano strutturale di assunzioni.
In questo quadro, la Federazione CIMO-FESMED ha già annunciato una linea di ferma opposizione a qualsiasi tentativo di ridimensionare diritti consolidati, a partire da orario di lavoro, attività fuori sede e pronta disponibilità. Allo stesso tempo, non mancano ambiti che richiedono una revisione profonda: tra questi, la libera professione – ancora ancorata a modelli ormai superati – e la necessità di introdurre il requisito del 51% di rappresentatività aziendale per la firma dei contratti decentrati.
La difesa dei diritti e delle prerogative dei medici restano in ogni caso il filo conduttore dell’azione di CIMO-FESMED, insieme alla richiesta di un pieno riconoscimento del ruolo e dell’autonomia che caratterizzano la professione medica.
Parallelamente alla partita contrattuale, si sta infatti sviluppando un secondo fronte, altrettanto rilevante: la ridefinizione dei ruoli e delle competenze delle professioni sanitarie. Un processo che affonda le proprie radici nel famoso comma 566 della legge di Stabilità del 2015 e che oggi conosce una nuova accelerazione, anche attraverso interventi legislativi e iniziative istituzionali che mirano a una redistribuzione delle competenze.
Negli ultimi anni si assiste a una dinamica di progressiva estensione delle funzioni attribuite ad altre professioni sanitarie, in una sorta di “trasferimento verso il basso” che rischia, nel lungo periodo, di comprimere l’ambito di azione del medico. L’introduzione di nuove figure professionali e l’evoluzione dei percorsi formativi – come nel caso delle competenze avanzate attribuite agli infermieri – rappresentano esempi concreti di questa tendenza.
Se da un lato è condivisibile l’esigenza di una chiara definizione delle competenze, utile anche a contrastare fenomeni di sovrapposizione e disorganizzazione nelle strutture sanitarie, dall’altro emerge una crescente preoccupazione per le modalità con cui tale processo viene condotto.
Il nodo centrale resta l’assenza, nell’ordinamento giuridico, di una definizione normativa di “atto medico”. Oggi tale concetto è confinato al Codice deontologico e non gode di forza di legge, lasciando spazio a interpretazioni ambigue e a una crescente conflittualità tra professioni. Una lacuna che espone la professione medica a continue pressioni e che rende incerto il perimetro delle responsabilità.
La richiesta di una definizione legislativa dell’atto medico non risponde a logiche corporative, ma alla necessità di garantire la qualità e la sicurezza delle cure. L’attribuzione di competenze cliniche a professionisti formati attraverso percorsi non sempre omogenei o sufficientemente strutturati rischia infatti di determinare un abbassamento degli standard assistenziali, con possibili ripercussioni anche sul piano della responsabilità professionale.
Non sono mancati, negli anni, tentativi di chiarire questo ambito. Il più recente, nell’ambito del disegno di legge sulle prestazioni sanitarie, prevedeva inizialmente l’attribuzione esclusiva al medico delle funzioni di diagnosi, prognosi e terapia. Tuttavia, tale previsione è stata successivamente modificata, eliminando il riferimento all’esclusività e riaprendo di fatto il campo a interpretazioni estensive.
In assenza di una cornice normativa chiara, il rischio è quello di una crescente frammentazione delle competenze e di un aumento del contenzioso, come dimostrano diversi casi affrontati in sede giudiziaria negli ultimi anni.
CIMO nel 2021 ha ad esempio condotto una battaglia conclusasi con una sentenza del Consiglio di Stato che ha bloccato l’accesso degli psicologi all’Avviso pubblico per l’incarico di responsabile del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura indetto dalla ASL di Frosinone-Alatri.
Il nostro sindacato si è anche schierato contro le Unità di Degenza Infermieristica (UDI) attivate dall’Azienda Ospedaliera di Perugia, ottenendo anche in questo caso la bocciatura da parte del Consiglio di Stato che ha messo in evidenza “l’illogica e ingiustificata confusione di ruoli tra personale medico ed infermieristico conseguente alla tendenziale separazione tra attività clinica ed attività assistenziale che viene realizzata con l’Unità di Degenza Infermieristica”.
Più recentemente, poi, la Provincia autonoma di Trento ha adottato una delibera che consentiva al personale infermieristico dei pronto soccorso di prescrivere esami radiologici nei traumi minori. Una delibera modificata lo stesso giorno della presentazione del ricorso al TAR e delle diffide formali trasmesse da CIMO-FESMED e SNR.
Lo scorso settembre da più parti è stata accolta con favore l’approvazione del comma 5 dell’articolo 7 della legge sull’intelligenza artificiale, che prevede: “I sistemi di intelligenza artificiale in ambito sanitario costituiscono un supporto nei processi di prevenzione, diagnosi, cura e scelta terapeutica, lasciando impregiudicata la decisione, che è sempre rimessa agli esercenti la professione medica”. È possibile ritenerla una introduzione della definizione di atto medico? A nostro parere no, poiché semplicemente si precisa che le decisioni sanitarie non possono essere prese dall’intelligenza artificiale – essendo quello l’ambito dell’intervento legislativo – e non da altri professionisti sanitari.
Ma una possibile soluzione esiste già. La definizione di atto medico è stata infatti adottata nel 2005 dall’Unione Europea dei Medici Specialisti: “L’atto medico ricomprende tutte le attività professionali, ad esempio di carattere scientifico, di insegnamento, di formazione, educative, organizzative, cliniche e di tecnologia medica, svolte al fine di promuovere la salute, prevenire le malattie, effettuare diagnosi e prescrivere cure terapeutiche o riabilitative nei confronti di pazienti, individui, gruppi o comunità, nel quadro delle norme etiche e deontologiche. L’atto medico è una responsabilità del medico abilitato e deve essere eseguito dal medico o sotto la sua diretta supervisione e/o prescrizione”.
L’inserimento di questa definizione in un provvedimento legislativo rappresenterebbe un passaggio fondamentale per ristabilire chiarezza, tutelare la professione e, soprattutto, garantire ai cittadini standard elevati di sicurezza e qualità delle cure. In un contesto caratterizzato da trasformazioni profonde, il futuro della professione medica passa, dunque, da due direttrici fondamentali: un contratto equo e moderno e una definizione chiara e condivisa delle competenze. Due sfide che non riguardano soltanto i medici, ma l’intero sistema sanitario.

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  1. Ricordo ai Direttori di Struttura Complessa che nella confederazione CIMO FESMED
    c’e’ anche l’ ANPO (Associazione Nazionale Primari Ospedalieri).

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