L’INVISIBILE




di David Antonio Fletzer

In un periodo di lockdown curare una rubrica sul tempo libero, che fra l’altro per mio sommo dispiacere non può prevedere per motivi tecnici una interlocuzione con i lettori tramite i commenti in cui si possa esprimere un giudizio sui miei post ma anche che mi proponga argomenti da trattare, non è facile, specie per uno che adora cinema, teatro, mostre e musei, tutti chiusi dai primi di marzo.

Certo mi restano i libri e difatti il mio precedente post è stato proprio su un libro interessante sull’amicizia e nonostante l’amore che ho per i libri da dover passare almeno una ora a settimana nella mia libreria preferita a vedere le novità librarie ma anche le uscite dei cd musicali e dei dvd con vecchi o nuovissimi film ho deciso che questa volta il mio post sul tempo libero (tanto per tutti noi in questi 2 mesi di fase 1) sarà dedicato al desiderio/invito di  MEDITARE-RIFLETTERE

Questa pandemia, ritengo ci abbia obbligato a riflettere su noi stessi, sul senso della vita e della morte e su dove stiamo andando. Ho letto al riguardo vari articoli (ricordo solo “No volveremos a la normalidad. La normalidad era el problema” di Ángel Luis Lara su Eldiario.es) ed ho visti vari filmati (ultimo quello di Paola Cortellesi che recita poesie in romanesco, appunto sul Covid-19) ma forse i vari canali televisivi, oltre a farci fare una scorpacciata di virologi/infettivologi/immunologi, con le loro poche certezze unite a volte a contraddizioni che hanno spesso creato confusione nell’opinione pubblica ma anche in chi ha dovuto gestirci, avrebbero dovuto o dovrebbero dare voce anche a filosofi/antropologi/letterati che ci potrebbero aiutare a rispondere alle riflessioni che mi sono posto in questo periodo e non penso di essere stato l’unico.

Questa pandemia ha bloccato in modo globale quasi tutta l’umanità costringendoci ad applicare, come principale dovere civico, il “distanziamento sociale” ovvero la paura/diffidenza del prossimo (parente o amico, conoscente o sconosciuto) che potrebbe essere l’untore o il malato zero per ognuno di noi.

Ha obbligato molti di noi a lasciare i nostri parenti più anziani SOLI nel momento più drammatico della vita, ovvero la malattia ed anche nella morte, senza nemmeno potergli stare vicini negli ultimi minuti della loro esistenza, in cui poter raccogliere le ultime testimonianze/raccomandazioni/volontà e senza nemmeno poterli accompagnare al cimitero.                                          TERRIBILE! 

Ma vogliamo parlare degli scandali delle RSA o delle CASE PER ANZIANI, i nuovi campi di concentramento del XXI secolo, avvenuti in tante Regioni in modo bipartisan! Nei migliori dei casi scene strazianti di figli che salutavano i genitori attraverso finestre o tramite skype o what’sapp o nei peggiori la completa disinformazione della morte.

Ogni giorno, anche in questo periodo, è come se cadesse nel nostro Paese un aereo di anziani (paragone rabbrividente ma calzante del professore Vespignani dell’Università di Boston ed ascoltato nella trasmissione 1\2 ora del 10 maggio su Rai 3) mentre si discute su quando si potrà tornare nei ristoranti o dall’estetista!

Il problema di una intera generazione decimata non merita da parte di tutti noi una seria riflessione? Non voglio dire nulla ma forse dovremmo imparare dalla antica civiltà greco-romana il rispetto per gli anziani ed il valore degli AVI. 

I primari ospedalieri hanno “finalmente” ottenuto la possibilità di rimanere in servizio fino ai 70 anni, come gli universitari, ma continuo a pensare che il valore di una persona è in quello che è nella propria interiorità e non nel potere raggiunto nella società e poi bisogna capire che fino a che gli anziani non se ne andranno dal mondo lavorativo i giovani non potranno far conoscere le loro capacità gestionali. Gli anziani sono fondamentali (e lo pensavo pure da giovane) ma come supporti/aiuti delle generazioni future che però devono poter navigare liberamente.

Un’altra importante riflessione è il cosiddetto ritorno alla normalità e quindi il significato a 360° di normale e forse da Fisiatri dovremmo essere più facilitati a capire che non esiste una stereotipa normalità.

L’articolo “Causalidad de la pandemia, cualidad de la catástrofe” di Ángel Luis Lara, sceneggiatore e studioso di cinema spagnolo, uscito sul quotidiano on line Eldiario il 29 marzo e tradotto in italiano per il Manifesto da Pierluigi Sullo con il titolo “Covid-19, non torniamo alla normalità. La normalità è il problema” è forse uno dei più stimolanti articoli letti in questo periodo. 

Si parla spesso, ironizzando, della “decrescita felice” e certamente decrescere non può essere considerato un valore positivo e tanto meno felice anche se l’episodio della TORRE di BABELE, raccontato nella Genesi ma anche in un poema sumerico e nel Libro dei Giubilei, dovrebbe insegnarci non a decrescere ma a volte a fermarci.

Certo la riduzione dell’inquinamento atmosferico, la ricomparsa in diversi porti di delfini o di altri animali selvatici nelle strade vuote di città sparse nel mondo ci dovrebbe far capire che la normalità non può essere lo sfruttamento intensivo del nostro pianeta in modo così spregiudicato e che questo nemico invisibile, arrivato da animali selvatici, non può essere una semplice coincidenza. Come sempre la storia ci insegna e dovremmo non ripetere gli stessi errori a distanza di secoli. 

L’arrivo di questo Coronavirus è l’ennesimo avvertimento all’uomo da parte della Natura come sono state molte pandemie in tanti secoli e non capirlo vuol dire che non solo non riusciamo a conoscere la storia ma che ormai l’uomo è diventato un animale al di fuori del nostro delicato sistema bio-ambientale. 

Confesso però di essere poco convinto che dalla fase 3 cambieremo realmente in quanto le immagini che sono arrivate dai Navigli della “Milano da bere” o dalla splendida Mondello con la presenza di tanti bagnanti senza nemmeno le mascherine o i discorsi di Trump sui disinfettanti da inoculare o di Boris Johnson di sottovalutazione della pandemia con il discorso ai suoi connazionali sul doversi abituare a “perdere i propri cari” o il comportamento confuso ed omissivo dell’OMS per probabili interessi personali o di strategia politica ecc…. dimostrano quanto siamo piccoli moralmente ed intellettualmente nei confronti della perfezione dell’Universo. 

Penso che fermarsi e riflettere siano importanti necessità del nostro spirito umano e quindi mi auguro che molti lo abbiano fatto in questi 2 mesi di forzato blocco, auspicandomi che diventi un’ importante abitudine del futuro di ciascuno. 

Ma prima di finire vorrei ricordare solo due immagini che mi hanno molto colpito e che secondo me riassumono magnificamente questo tempo ovvero i camion dell’esercito che portavano in altre Regioni le bare dei morti di Bergamo e l’andata verso l’altare sotto la pioggia di Papa Francesco in una piazza di San Pietro buia, deserta e con le sirene delle ambulanze come colonna sonora.

Ho già utilizzato in altri miei post lo slogan di una pubblicità del 1980, detto da Renzo Arbore per una nota birra italiana, ma mi piace riprenderlo per cercare di dare un tocco leggero a questo periodo tragico  “Meditate, gente meditate!

Roma 11 maggio 2020

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