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vecchio e nuovo nel confronto interprofessionale“
Mi sono ritrovato emotivamente partecipe e solidale nella lettura di segnalazioni e commenti su soprusi, talvolta abusi, professionali, segnalati a discapito della nostra professione. La lirica e la musica di John Denver spero mi aiutino a stemperare l’obiettiva difficoltà nel trovare una personale risposta alla rinnovata ed impellente domanda di conferme professionali da parte dei Colleghi.
Ci provo.
La nostra specialità, ma la professione medica in generale, sono ora più che mai incerte nel loro procedere. È difficile camminare sull’orlo di scoscesi crinali: quello della “evoluzione” delle professioni sanitarie, quello della necessità di ripensamento della sostenibilità e della organizzazione nell’ambito del nostro SSN (in carenza cronica di numero di professionisti negli ambulatori e nelle degenze), quello dell’incombente ruolo attuale e futuro delle intelligenze e delle “ignoranze” digitali. Tutto ciò sempre considerando le ricadute sui nostri pazienti, prima attenzione nella nostra pratica professionale quotidiana.
Nonostante il mio ragionamento sia inficiato dal fatto di essere stato per tanti anni prevalentemente dipendente pubblico, con un piccolo passato nel “convenzionato”, sento di dover riportare a tali propositi alcune considerazioni.
Sugli abusi e sulle scorrettezze informative, là dove possano essere “perseguibili”, nulla da eccepire all’agire. È doveroso fare tutto quanto sia necessario a garantire coerenza, correttezza di informazione e di percorso ai nostri pazienti; di questo dobbiamo essere grati all’ANF per il lavoro svolto, ma dobbiamo essere, noi tutti, disposti ad andare fino in fondo. Nessun cedimento poi sul fatto di rischiare una subordinazione burocratica: ne va la nostra professionalità che deve essere sostenibile e credibile: rifiutiamoci di essere meri “trascrittori” di alcuno: subiremo l’ira di confusi pazienti, ma alla fine nella chiarezza forse troveranno una giusta risposta.
Peraltro, dobbiamo anche constatare che sanità e salute oramai soggiacciono a logiche di politica di “mercato”, che avrebbero, come ultima intenzione, lo spostamento di parte della spesa sanitaria verso la dimensione privata, anche a causa, ahimè, di una obiettiva solo parziale sostenibilità con la spesa pubblica; in questo, tuttavia, possiamo pensare di influire solo con una forte opinione, se vogliamo evitare che la sanità futura escluda le categorie più fragili da quanto necessario. Ma in questo pensiero purtroppo pesa un altro mio personale pregiudizio perché, a partire dai fatidici 65 anni (ora ne ho 68), ho sempre agito, nello svolgimento della mia professione, anche pensando egoisticamente al mio desiderio di essere meglio curato in futuro, come paziente.
Per quanto riguarda la legittima “quota di mercato” (perché il “cittadino” ha diritto di affidarsi al libero professionista che gode della sua fiducia), ritengo che la nostra professionalità abbia fatto e potrà fare sempre la differenza nell’indirizzare al meglio i nostri pazienti, senza temere una concorrenza di fisio/masso-terapisti, di “osteopati” o di Colleghi di altre branche specialistiche. In tutte le dimensioni professionali (pubblico, privato convenzionato, privato), si tratta di ribadire e consolidare “una competenza che faccia la differenza e che venga percepita dai pazienti e riconosciuta” dagli altri Medici (riprendendo le parole della Collega Sottini).
Tuttavia, per quanto riguarda la visibilità in generale della nostra professione, bisogna ammettere che abbiamo lasciato nel tempo relativamente sguarniti “settori” della nostra attività, vuoi per insufficienza numerica (che investe tutta la categoria medica) vuoi per necessità: in un mondo in costante evoluzione, non è possibile peccare di “tuttologia”. In specifico risultano relativamente “scoperte” le degenze riabilitative estensive, il territorio, la disabilità in età evolutiva, l’attività in consulenza nei reparti per acuti degli ospedali (rianimazioni, chirurgie, medicine etc.), la riabilitazione respiratoria, la disabilità conseguente a patologie croniche (la cronicità non è mai uguale a sé stessa) ed alla patologia neoplastica. Dobbiamo ammettere che oggi la sopravvivenza è fortunatamente procrastinata a livelli impensabili fino a non molti anni fa, con necessità di nuovi pensieri.
A mio parere, è solo in un faticoso lavoro di recupero (lungo “strade di campagna”), fondamentale per i pazienti e sicuro motivo di soddisfazione, che potremo riguadagnare il nostro ruolo clinico, nel continuo confronto con le altre specialità e professionalità. La nostra capacità di definizione diagnostica e prognostica, in termini di obiettivi, indicazioni di trattamento e di percorso dei nostri pazienti ha fatto e farà sempre una sostanziale differenza; sarà inoltre, a mio parere, “esercizio” per tutta la nostra professione, risultando di riflesso anche nelle attività attualmente “in competizione” con le nuove professioni.